Quando pensiamo alla povertà di Chiara, ci viene istintivamente da pensare al suo amore per la povertà materiale, testimoniato a più riprese dalle fonti biografiche. Tuttavia questo solo aspetto di amore alla povertà materiale, seppure eroico, non basterebbe per giustificare la santità di Chiara. [Cercheremo] di leggere l’esperienza di povertà di Chiara in un senso più ampio, come atteggiamento fondamentale di fronte a Dio, a sé stessa, agli altri, alla vita: come Chiara ha vissuto l’altissima povertà, come l’ha incarnata, come si è lasciata trasformare da essa. Ci sono dei passaggi nella sua vita in cui realmente cogliamo qualcosa di nuovo operato da Dio, una crescita nella sua conformazione a Cristo, una trasformazione. Passaggi reali di Dio, che le hanno chiesto un lasciare qualcosa per un bene maggiore, una morte per la vita; passaggi in cui Chiara ha sperimentato la povertà nei suoi diversi aspetti e che sono stati decisivi per la sua santificazione, per la sua pienezza in umanità «cristiforme». (…) Sappiamo però che c’è una costante in ogni cammino vocazionale: Dio ci fa passare da un modo «nostro» di servirlo, anche attraverso contenuti e valori ottimi, al modo «di Cristo», attraverso il sacrificio della nostra volontà. L’esperienza dell’altissima povertà di Chiara, è l’esperienza che le ha donato quella sapienza – intesa come conoscenza pasquale della vita – di cui è intessuta la sua Forma vitae. Leggendo insieme gli eventi della storia, le fonti biografiche e i suoi scritti possiamo tentare di cogliere alcuni «passaggi» significativi, che di volta in volta hanno creato in Chiara qualcosa di nuovo, l’hanno fatta sempre di nuovo «uscire dal proprio territorio», l’hanno trasformata «di povertà in povertà» nell’immagine di Cristo, fino a che il modo di Cristo si è realizzato pienamente in lei e nel suo vivere la vocazione evangelica.